conosci te stessa, pensiero circolare, ruoli sociali

Lo faccio anche io

Tornerò a parlarvi di pensiero ciclico, ma ora che sono in fase di adattamento nella nuova città dove abito da poco più di un mese, ora che il pendolarismo su treni perlopiù in ritardo non favorisce il recupero di un ritmo lento come piace a me e certe volte mi sento come dentro una centrifuga; ora che vivo anche un cambiamento di ruolo che sì è una grande gioia ma anche un certo scombussolamento dentro la stanchezza del trasloco, il pensiero va al modo in cui sto vivendo tutto questo. Non è tanto il cambiamento in sé quanto le emozioni che metto su ogni gesto, persino sugli oggetti. Ogni cosa è rivestita di un’emozione. E sì, lo faccio anche io. Anche io proietto i miei stati d’animo più faticosi da gestire salvo poi rendermene conto (sempre un attimo dopo altrimenti farei diversamente). E faccio ammenda.
Proietto perché è più facile, perché vorrei tanto che qualcuno si occupasse di questioni per me ostiche (una fra tutte la burocrazia), perché in certi momenti avrei bisogno che qualcuno facesse le cose al posto mio oppure insieme e invece no. Proietto perché sono umana, vulnerabile, imperfetta.
Proietto, in altre parole rovescio addosso ad un’altra apersona ciò che riguarda me. Quando proiettiamo non lo facciamo con delicatezza. La proiezione è proprio un buttare addosso all’altro senza chiedere il permesso. Proiezione su proiezione buttiamo addosso all’altro valanghe di cose personali che nessuno se non noi stesse possiamo “vedere”, comprendere e trasformare.
Il lavoro interiore serve anche a questo. A renderci conto innanzitutto che stiamo proiettando. Se non ce ne rendiamo conto, non potremo agire diversamente, non potremo diventare responsabili dei nostri comportamenti né comprendere quelli altrui (comprendere non giustificare). Siamo fatti a specchio, cambiamo noi, cambiano gli altri, le relazioni, il contesto. E ogni cambiamento, piccolo o grande che sia, è un’occasione d’oro per comprendere chi siamo oggi – e non è mica poco – conoscere la vita nelle sue possibilità e fare appello al materno che può darci forza anche quando ci sentiamo vulnerabili. Si può essere l’uno e l’altro – forti e vulnerabili insieme – come dimostra il pensiero circolare, dimenticato in un memoria collettiva che non attinge più a ciò che ci connette con la nostra natura più profonda. Siamo tutto e siamo uno.

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